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Raffaela Delle Fave
Raffaela Delle Fave
Visibilmente invisibili
Cosa cercano davvero gli studenti tra i corridoi di un liceo? Oltre i voti, i programmi e le versioni di greco, esiste un mondo sommerso di ansie, talenti nascosti e il bisogno profondo di essere "visti".
In questo articolo, il racconto di un'esperienza di mentoring dove il counseling ha trasformato la relazione educativa. Dalla lotta contro l'ansia da prestazione alla scoperta di vocazioni inaspettate, emerge una verità fondamentale: il profitto migliora solo quando la persona sta bene.
Uno sguardo autentico sulla scuola, dove lo spazio del non-giudizio diventa il terreno fertile in cui anche i ragazzi più "invisibili" trovano il coraggio di brillare.
Perché a volte, per insegnare a volare, basta semplicemente esserci.

Visibilmente Invisibili

... la lezione più grande del mentoring.

Con la mia professione di counselor ho attraversato i corridoi di un liceo classico con un ruolo preciso: fare mentoring. Ma, a dirla tutta, quello che ho vissuto è stato molto più di un semplice incarico.
Ho incontrato ragazzi diversissimi tra loro. Alcuni erano appena arrivati, con gli occhi pieni di smarrimento e curiosità, ancora in cerca di un posto in cui sentirsi “a casa”. Altri erano ormai alla fine del percorso, con il peso delle aspettative e del futuro che iniziava a farsi sentire. Non erano lì per caso.
C’erano ragazzi con lacune importanti, sì. Ma c’erano anche ragazzi “bravi”, quelli che sulla carta non avrebbero avuto bisogno… e invece avevano bisogno eccome. Di qualcuno che li vedesse davvero. Di qualcuno che li aiutasse a credere un po’ di più in sé stessi.
All’inizio pensavo che il mio compito fosse soprattutto didattico: spiegare, chiarire, recuperare. E in parte lo era. Ma ho capito presto che la parte più importante del mio lavoro non stava nei libri. Stava nel fermarmi. Nel guardarli negli occhi. Nel dire, anche senza parole: “Io sono qui.”
Piano piano hanno iniziato a fidarsi. E quando succede, cambia tutto. Hanno iniziato a raccontarsi. Non solo delle versioni di latino o delle interrogazioni di greco, ma delle loro paure, delle insicurezze, delle ansie che si portavano dentro.
Una, più di tutte, tornava spesso: l’ansia da prestazione.
“Io studio, mi impegno … ma quando sono davanti alla cattedra  mi blocco.” Quante volte l’ho sentito dire. E quante volte l’ho visto succedere. Ragazzi preparati, capaci, che però si irrigidivano. La mente si svuotava, le parole non uscivano. Non era mancanza di studio. Era paura. Era tensione. Era il bisogno di sentirsi all’altezza… e il terrore di non esserlo.
E in quei momenti ho sentito ancora più forte quanto fosse importante il mio esserci. Non è una critica agli insegnanti — tutt’altro. Li ho visti correre, gestire programmi serrati, perdersi tra registri e scartoffie, aggiornamenti e piattaforme . So quanto sia difficile fermarsi davvero quando tutto intorno spinge ad andare avanti. Ma proprio per questo, quello spazio a loro dedicato  diventava prezioso.
Uno spazio senza fretta. Senza giudizio. Uno spazio in cui potevano sbagliare senza sentirsi sbagliati. Ho scelto di ascoltare davvero. Non per rispondere, ma per capire. E ogni volta che un ragazzo si sentiva accolto, succedeva qualcosa di quasi impercettibile… ma potentissimo. Si rilassava. Respirava. Si apriva. E da lì iniziava un cambiamento. Non imposto, non forzato. Naturale.
Ho visto ragazzi che all’inizio abbassavano lo sguardo iniziare, poco alla volta, a sostenerlo. Ho visto voci tremanti diventare più ferme. Ho visto piccoli passi trasformarsi in conquiste enormi.
E ho visto anche talenti nascosti emergere come per magia. Michela che all’inizio tutti consideravano “timida e impacciata”. Un giorno, senza dire una parola, mi consegnò il suo diario. Sfogliandolo scoprii poesie delicate, capaci di raccontare la bellezza nascosta nella quotidianità e nelle piccole cose che la circondavano.Daniela iscritta quasi per seguire le amiche,in un nostro incontro mi disse di voler regalarmi un disegno. Da quel semplice gesto è sbocciato un mondo intero: un talento straordinario per il disegno che fino a quel momento era rimasto nascosto. Alla fine del percorso, con la sicurezza ritrovata e la passione riconosciuta, decise di seguire il suo talento e iscriversi al liceo artistico.
Due storie diverse, due mondi che si aprono, due talenti “invisibili” che finalmente si rivelano quando c’è qualcuno disposto ad esserci davvero.
E sì, anche il profitto è migliorato. Ma non perché li spingessi di più. È migliorato perché loro stavano meglio. Perché si sentivano visti. Perché qualcuno aveva creduto in loro abbastanza a lungo da permettergli di iniziare a credere da soli.
Questa esperienza mi ha arricchita,donandomi una maggiore consapevolezza: Al di là di qualsiasi metodo o programma, la relazione resta il cuore di tutto. A volte pensiamo che servano grandi strategie, grandi interventi. E invece, in quegli incontri , ho visto accadere qualcosa di molto più semplice. La forza dell’ascolto. La potenza della presenza. La magia dell’esserci. E no, non è retorica. È qualcosa che ho visto, giorno dopo giorno, prendere forma negli occhi di quei ragazzi troppo spesso...... visibilmente invisibili...!

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Raffaela Delle Fave
Raffaela Delle Fave
Visibilmente invisibili

Cosa cercano davvero gli studenti tra i corridoi di un liceo? Oltre i voti, i programmi e le versioni di greco, esiste un mondo sommerso di ansie, talenti nascosti e il bisogno profondo di essere "visti".
In questo articolo, il racconto di un'esperienza di mentoring dove il counseling ha trasformato la relazione educativa. Dalla lotta contro l'ansia da prestazione alla scoperta di vocazioni inaspettate, emerge una verità fondamentale: il profitto migliora solo quando la persona sta bene.
Uno sguardo autentico sulla scuola, dove lo spazio del non-giudizio diventa il terreno fertile in cui anche i ragazzi più "invisibili" trovano il coraggio di brillare.
Perché a volte, per insegnare a volare, basta semplicemente esserci.

Visibilmente Invisibili

... la lezione più grande del mentoring.

Con la mia professione di counselor ho attraversato i corridoi di un liceo classico con un ruolo preciso: fare mentoring. Ma, a dirla tutta, quello che ho vissuto è stato molto più di un semplice incarico.
Ho incontrato ragazzi diversissimi tra loro. Alcuni erano appena arrivati, con gli occhi pieni di smarrimento e curiosità, ancora in cerca di un posto in cui sentirsi “a casa”. Altri erano ormai alla fine del percorso, con il peso delle aspettative e del futuro che iniziava a farsi sentire. Non erano lì per caso.
C’erano ragazzi con lacune importanti, sì. Ma c’erano anche ragazzi “bravi”, quelli che sulla carta non avrebbero avuto bisogno… e invece avevano bisogno eccome. Di qualcuno che li vedesse davvero. Di qualcuno che li aiutasse a credere un po’ di più in sé stessi.
All’inizio pensavo che il mio compito fosse soprattutto didattico: spiegare, chiarire, recuperare. E in parte lo era. Ma ho capito presto che la parte più importante del mio lavoro non stava nei libri. Stava nel fermarmi. Nel guardarli negli occhi. Nel dire, anche senza parole: “Io sono qui.”
Piano piano hanno iniziato a fidarsi. E quando succede, cambia tutto. Hanno iniziato a raccontarsi. Non solo delle versioni di latino o delle interrogazioni di greco, ma delle loro paure, delle insicurezze, delle ansie che si portavano dentro.
Una, più di tutte, tornava spesso: l’ansia da prestazione.
“Io studio, mi impegno … ma quando sono davanti alla cattedra  mi blocco.” Quante volte l’ho sentito dire. E quante volte l’ho visto succedere. Ragazzi preparati, capaci, che però si irrigidivano. La mente si svuotava, le parole non uscivano. Non era mancanza di studio. Era paura. Era tensione. Era il bisogno di sentirsi all’altezza… e il terrore di non esserlo.
E in quei momenti ho sentito ancora più forte quanto fosse importante il mio esserci. Non è una critica agli insegnanti — tutt’altro. Li ho visti correre, gestire programmi serrati, perdersi tra registri e scartoffie, aggiornamenti e piattaforme . So quanto sia difficile fermarsi davvero quando tutto intorno spinge ad andare avanti. Ma proprio per questo, quello spazio a loro dedicato  diventava prezioso.
Uno spazio senza fretta. Senza giudizio. Uno spazio in cui potevano sbagliare senza sentirsi sbagliati. Ho scelto di ascoltare davvero. Non per rispondere, ma per capire. E ogni volta che un ragazzo si sentiva accolto, succedeva qualcosa di quasi impercettibile… ma potentissimo. Si rilassava. Respirava. Si apriva. E da lì iniziava un cambiamento. Non imposto, non forzato. Naturale.
Ho visto ragazzi che all’inizio abbassavano lo sguardo iniziare, poco alla volta, a sostenerlo. Ho visto voci tremanti diventare più ferme. Ho visto piccoli passi trasformarsi in conquiste enormi.
E ho visto anche talenti nascosti emergere come per magia. Michela che all’inizio tutti consideravano “timida e impacciata”. Un giorno, senza dire una parola, mi consegnò il suo diario. Sfogliandolo scoprii poesie delicate, capaci di raccontare la bellezza nascosta nella quotidianità e nelle piccole cose che la circondavano.Daniela iscritta quasi per seguire le amiche,in un nostro incontro mi disse di voler regalarmi un disegno. Da quel semplice gesto è sbocciato un mondo intero: un talento straordinario per il disegno che fino a quel momento era rimasto nascosto. Alla fine del percorso, con la sicurezza ritrovata e la passione riconosciuta, decise di seguire il suo talento e iscriversi al liceo artistico.
Due storie diverse, due mondi che si aprono, due talenti “invisibili” che finalmente si rivelano quando c’è qualcuno disposto ad esserci davvero.
E sì, anche il profitto è migliorato. Ma non perché li spingessi di più. È migliorato perché loro stavano meglio. Perché si sentivano visti. Perché qualcuno aveva creduto in loro abbastanza a lungo da permettergli di iniziare a credere da soli.
Questa esperienza mi ha arricchita,donandomi una maggiore consapevolezza: Al di là di qualsiasi metodo o programma, la relazione resta il cuore di tutto. A volte pensiamo che servano grandi strategie, grandi interventi. E invece, in quegli incontri , ho visto accadere qualcosa di molto più semplice. La forza dell’ascolto. La potenza della presenza. La magia dell’esserci. E no, non è retorica. È qualcosa che ho visto, giorno dopo giorno, prendere forma negli occhi di quei ragazzi troppo spesso...... visibilmente invisibili...!