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Raffaela Delle Fave
Raffaela Delle Fave
Non più soli – Il mio primo approccio alla relazione d’aiuto
Avevo appena vent’anni quando ho varcato per la prima volta la porta della comunità Progetto Uomo.

Avevo già fatto, attraverso il volontariato, qualche esperienza nei gruppi di auto aiuto, ma quella era la mia prima esperienza come facilitatrice.

Ero sola, alla guida di un gruppo di adulti.
Il cuore mi batteva forte.
Non sapevo cosa aspettarmi.
Mi sentivo piccola, inesperta, fragile davanti a storie così intense, intrise di dolore, frustrazione e fallimento.
Eppure, dentro di me, c’era una voce chiara:
“Devi esserci. Con tutta te stessa.”

Il primo incontro:

Ricordo ancora il frastuono di un silenzio denso, interrotto solo dal respiro e dal lieve movimento delle sedie.
Alcuni fissavano il pavimento, altri giocherellavano con le mani.
Io mi sentivo al centro di un vortice di emozioni, ma sapevo che il mio ruolo era semplice e potente: ascoltare, essere presente, nel qui e ora.

I gruppi si ripetevano tre volte a settimana e io diventavo sempre più coinvolta, ma anche più consapevole che di fronte a me c’erano persone, fatte di storie da “maneggiare con cura”, che meritavano rispetto e attenzione.
C’era molta diffidenza verso chi, come me, era lì per aiutarli.
Un giorno, dopo vari silenzi, Luciano esordì:
“Tu sei qui, ma hai mai usato sostanze? Come puoi capirci ?”

Mi gelai.

Quelle parole avevano toccato e amplificato la mia fragilità e insicurezza.
Aveva ragione: come potevo aiutare senza conoscere?
Non avevo mai fumato una sigaretta in vita mia.
Eppure, di pancia, risposi:
“Hai ragione, non ho vissuto quello che hai vissuto tu.
Quello che posso fare è ascoltarti davvero, senza giudizio, se ti va di raccontarti.”

Calò il silenzio.

E io mi sentii ancora più piccola, ma anche consapevole di una cosa importante: non era un attacco personale, ma sfiducia,giudizio, difesa e bisogno di sentirsi davvero compreso.
Quanta responsabilità nel prendersi cura dell’altro.
Quanta attenzione, quanta delicatezza serve per accogliere senza giudizio ciò che l’altro porta, mi dissi in quel momento.

Andai subito a confrontarmi con il responsabile.

Avevo toccato con mano ciò che Luciano stava provando.
Nella testa tante domande e nel cuore un senso di responsabilità enorme:
“Sono stata capace di farlo sentire accolto? Sono stata autentica?”

Le risposte arrivarono qualche gruppo dopo.

Sempre in cerchio, Luciano iniziò a raccontarsi e, a fine incontro, con una semplicità disarmante mi disse:
“Lo sai perché ho parlato oggi? Perché ho capito che sei qui senza fare "a prufussuress" Sei una di noi, Non ci giudichi, anche se non hai toccato quella "schifezza", ti vedo in casa, come ti muovi con noi. 
La mia prima sensazione fu una profonda gratitudine per la fiducia ricevuta, ma anche una grande responsabilità Il mio stare lì esserci nella loro quotidianità gli permetteva di fidarsi, di raccontarsi, senza paura. 
Ogni mattina, tutti insieme, in cerchio, come un rito, recitavamo a memoria la filosofia di Progetto Uomo.

Un momento intimo che apriva la giornata:

Siamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi.
Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa.
Fino a quando non permette agli altri di condividere i suoi segreti, non ha scampo da essi.
Timorosa di essere conosciuta, non può conoscere se stessa né gli altri: sarà sola.
Dove altro, se non nei nostri punti comuni, possiamo trovare un tale specchio?
Qui, insieme, una persona può finalmente manifestarsi a se stessa, non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come parte di un tutto, con il suo contributo da offrire.
In questo terreno possiamo mettere radici e crescere, non più soli, come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.

Quelle parole non erano solo parole, erano un mantra, erano respiro, silenzio, forza condivisa.
Le sentivo — e le sento ancora oggi — vibrare dentro, scuotere, anche a distanza di anni. 
Ho visto negli occhi di quei ragazzi, e in quelli delle loro famiglie, rabbia, paura, dolore.
Li ho visti cadere, arrabbiarsi, perdersi.
Ma li ho visti anche rialzarsi, lentamente.

E poi c’erano le famiglie.

Sguardi pieni di impotenza, carichi di sensi di colpa.
Compagne ferite. Figli arrabbiati, ma con le braccia ancora aperte.
È grazie a loro che ho compreso qualcosa di fondamentale:
nessuno si salva davvero da solo.

Molti ragazzi sono usciti dal tunnel perché accanto a loro c’era qualcuno che non se n’era andato.
Qualcuno che ha scelto di restare, di camminare insieme, di condividere il peso e la speranza.
Perché, se è vero che la caduta è solitaria, la rinascita è sempre condivisa.
Ogni parola, ogni silenzio, ogni piccolo gesto diventava una tessera di umanità.
Io, ventenne inesperta, stavo imparando qualcosa che nessun libro avrebbe potuto insegnarmi:
il valore della presenza, della relazione autentica, del non giudizio che con gli anni ho cercato fortemente di affinare. "Competenze innate" che cone counselor, porto con me. Quella stessa esperienza, quella stessa autenticità quello stesso calore, consapevole sempre più, che il "core" del mio lavoro resta lo stesso:
non lasciare nessuno solo.

Perché la relazione d’aiuto non è mai un percorso solitario:

È un cammino condiviso, dove ci si incontra, ci si sostiene e si cresce insieme.
E forse è proprio questo che ho imparato, a vent’anni, in quel cerchio:
che si può cadere, perdersi, spezzarsi…
ma se qualcuno resta accanto a te,
puoi ancora tornare.
puoi ancora scegliere.
puoi ancora vivere.
"Non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri..."

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Raffaela Delle Fave
Raffaela Delle Fave
Non più soli – Il mio primo approccio alla relazione d’aiuto

Avevo appena vent’anni quando ho varcato per la prima volta la porta della comunità Progetto Uomo.

Avevo già fatto, attraverso il volontariato, qualche esperienza nei gruppi di auto aiuto, ma quella era la mia prima esperienza come facilitatrice.

Ero sola, alla guida di un gruppo di adulti.
Il cuore mi batteva forte.
Non sapevo cosa aspettarmi.
Mi sentivo piccola, inesperta, fragile davanti a storie così intense, intrise di dolore, frustrazione e fallimento.
Eppure, dentro di me, c’era una voce chiara:
“Devi esserci. Con tutta te stessa.”

Il primo incontro:

Ricordo ancora il frastuono di un silenzio denso, interrotto solo dal respiro e dal lieve movimento delle sedie.
Alcuni fissavano il pavimento, altri giocherellavano con le mani.
Io mi sentivo al centro di un vortice di emozioni, ma sapevo che il mio ruolo era semplice e potente: ascoltare, essere presente, nel qui e ora.

I gruppi si ripetevano tre volte a settimana e io diventavo sempre più coinvolta, ma anche più consapevole che di fronte a me c’erano persone, fatte di storie da “maneggiare con cura”, che meritavano rispetto e attenzione.
C’era molta diffidenza verso chi, come me, era lì per aiutarli.
Un giorno, dopo vari silenzi, Luciano esordì:
“Tu sei qui, ma hai mai usato sostanze? Come puoi capirci ?”

Mi gelai.

Quelle parole avevano toccato e amplificato la mia fragilità e insicurezza.
Aveva ragione: come potevo aiutare senza conoscere?
Non avevo mai fumato una sigaretta in vita mia.
Eppure, di pancia, risposi:
“Hai ragione, non ho vissuto quello che hai vissuto tu.
Quello che posso fare è ascoltarti davvero, senza giudizio, se ti va di raccontarti.”

Calò il silenzio.

E io mi sentii ancora più piccola, ma anche consapevole di una cosa importante: non era un attacco personale, ma sfiducia,giudizio, difesa e bisogno di sentirsi davvero compreso.
Quanta responsabilità nel prendersi cura dell’altro.
Quanta attenzione, quanta delicatezza serve per accogliere senza giudizio ciò che l’altro porta, mi dissi in quel momento.

Andai subito a confrontarmi con il responsabile.

Avevo toccato con mano ciò che Luciano stava provando.
Nella testa tante domande e nel cuore un senso di responsabilità enorme:
“Sono stata capace di farlo sentire accolto? Sono stata autentica?”

Le risposte arrivarono qualche gruppo dopo.

Sempre in cerchio, Luciano iniziò a raccontarsi e, a fine incontro, con una semplicità disarmante mi disse:
“Lo sai perché ho parlato oggi? Perché ho capito che sei qui senza fare "a prufussuress" Sei una di noi, Non ci giudichi, anche se non hai toccato quella "schifezza", ti vedo in casa, come ti muovi con noi. 
La mia prima sensazione fu una profonda gratitudine per la fiducia ricevuta, ma anche una grande responsabilità Il mio stare lì esserci nella loro quotidianità gli permetteva di fidarsi, di raccontarsi, senza paura. 
Ogni mattina, tutti insieme, in cerchio, come un rito, recitavamo a memoria la filosofia di Progetto Uomo.

Un momento intimo che apriva la giornata:

Siamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi.
Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa.
Fino a quando non permette agli altri di condividere i suoi segreti, non ha scampo da essi.
Timorosa di essere conosciuta, non può conoscere se stessa né gli altri: sarà sola.
Dove altro, se non nei nostri punti comuni, possiamo trovare un tale specchio?
Qui, insieme, una persona può finalmente manifestarsi a se stessa, non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come parte di un tutto, con il suo contributo da offrire.
In questo terreno possiamo mettere radici e crescere, non più soli, come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.

Quelle parole non erano solo parole, erano un mantra, erano respiro, silenzio, forza condivisa.
Le sentivo — e le sento ancora oggi — vibrare dentro, scuotere, anche a distanza di anni. 
Ho visto negli occhi di quei ragazzi, e in quelli delle loro famiglie, rabbia, paura, dolore.
Li ho visti cadere, arrabbiarsi, perdersi.
Ma li ho visti anche rialzarsi, lentamente.

E poi c’erano le famiglie.

Sguardi pieni di impotenza, carichi di sensi di colpa.
Compagne ferite. Figli arrabbiati, ma con le braccia ancora aperte.
È grazie a loro che ho compreso qualcosa di fondamentale:
nessuno si salva davvero da solo.

Molti ragazzi sono usciti dal tunnel perché accanto a loro c’era qualcuno che non se n’era andato.
Qualcuno che ha scelto di restare, di camminare insieme, di condividere il peso e la speranza.
Perché, se è vero che la caduta è solitaria, la rinascita è sempre condivisa.
Ogni parola, ogni silenzio, ogni piccolo gesto diventava una tessera di umanità.
Io, ventenne inesperta, stavo imparando qualcosa che nessun libro avrebbe potuto insegnarmi:
il valore della presenza, della relazione autentica, del non giudizio che con gli anni ho cercato fortemente di affinare. "Competenze innate" che cone counselor, porto con me. Quella stessa esperienza, quella stessa autenticità quello stesso calore, consapevole sempre più, che il "core" del mio lavoro resta lo stesso:
non lasciare nessuno solo.

Perché la relazione d’aiuto non è mai un percorso solitario:

È un cammino condiviso, dove ci si incontra, ci si sostiene e si cresce insieme.
E forse è proprio questo che ho imparato, a vent’anni, in quel cerchio:
che si può cadere, perdersi, spezzarsi…
ma se qualcuno resta accanto a te,
puoi ancora tornare.
puoi ancora scegliere.
puoi ancora vivere.
"Non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri..."