L’etimologia che indaga l’origine delle parole e la storia delle parole, ci indica che la parola Perdono deriva da: (per) -compimento e (dono) -dono; compiere un dono verso noi stessi, lasciare andare qualcosa che ci impedisce di muoverci nella realizzazione di noi stessi e dei nostri progetti.
Perdono inteso come l’iniziazione di un cammino che ci renda liberi dalla rabbia, dal rancore, dal risentimento, che ci faccia accettare per lasciare andare il passato riprendendo in mano le redini della nostra esistenza con responsabilità. Liberi di rinunciare anche alla vicinanza di alcune persone che ci hanno ferito, liberi di praticare tagli netti per scegliere altro che sia nutriente e vitale per noi. Liberarsi dunque per recuperare energia. Spesso ci rifiutiamo di prendere atto che il passato non sia modificabile, che anche da un evento doloroso possiamo imparare qualcosa e che possiamo agire e vivere solo nel momento presente. Ci opponiamo con forti resistenze per paura, per insicurezza, e tale rifiuto unito alla mancata accettazione, ci tengono sempre più ancorati ad esso. Dunque, il perdono diventa un bellissimo viaggio verso la libertà che si concretizza nella capacità di realizzare azioni:
Lasciare andare e lasciarsi andare, per darsi il permesso di vivere perché non c’è rimedio a tutto ma non per questo dobbiamo rinunciare ad amare noi stessi per poter cambiare e per essere felice. Tutto ciò che abbiamo vissuto e che viviamo, lascia un’impronta nel nostro Essere e il filo conduttore della maggior parte dei nostri ricordi non riguarda i fatti in sé ma il significato che hanno avuto per noi. Alexander Lowen, fondatore dell’analisi bioenergetica in uno scritto intitolato: “Paura di vivere”, afferma che i costrutti, armature costruite nel tempo, sono una vera soluzione che permette alla persona di non sentire dolore, insomma dei veri e propri anestetizzanti. Molti di questi costrutti risiedono proprio nel nostro vissuto, abitano le stanze del nostro passato in eventi che non siamo riusciti ad elaborare e che continuano ad avere un valore negativo nella nostra vita. Senza accorgercene ne siamo influenzati e così anche il nostro presente. Mi viene da paragonare ogni persona ad un edificio in costruzione, dove prima si costruiscono le basi, poi via via si costruiscono i vari piani. Se le fondamenta non sono ben solide, probabilmente l’edificio comincerà a sgretolarsi senza “apparente” motivo. Ecco che così accade con le persone, le basi di ciò che siamo le costruiamo nei primi anni di vita e in generale, tutti ce ne dimentichiamo. Da qui ogni esperienza si somma e si interpreta in base a quella coscienza di base che è già formata e se per qualche motivo le fondamenta sono compromesse, è probabile che anche nella vita adulta presenteranno delle crepe o un’instabilità che potrà mettere a rischio l’intera esistenza.
Dunque non è tanto quello che abbiamo vissuto ad avere importanza, quanto il modo in cui ne abbiamo strutturato il ricordo. Se scegliamo una prospettiva pessimistica, vedremo l’esperienza attraverso la lente dell’autocommiserazione, se scegliamo una prospettiva difensiva, vediamo l’esperienza attraverso la lente dell’indifferenza o della vendetta.
Insomma occorre imparare a scomporre ciò che abbiamo vissuto e adottare un punto di vista che ci porti alla comprensione, all’accettazione incondizionata di ciò che siamo: persone che hanno si un vissuto, ma che meritano di superarlo per essere libere e felici.
Cosa significa davvero accettare in modo autentico ciò che siamo stati e ciò che siamo?
Significa metabolizzare quello che è stato il nostro passato che non significa eliminarlo, ma lasciarlo andare, dimenticando l’impatto emotivo dell’esperienza vissuta e permettere a noi stessi di andare oltre, slacciando le armature costruite nel tempo. Accettare significa accogliere, approcciarsi al presente con apertura e curiosità, in modo da concedersi l’opportunità di sperimentare il nuovo. Sia ben chiaro però che accettare non ha nulla a che fare con il sopportare passivamente, l’accettazione è la capacità di osservare la realtà dalla giusta prospettiva affinché la si possa affrontare in maniera attiva, passando da “spettatori” a veri “protagonisti” di quelli che Brené Brown chiama propri film (Brown, 2016). Accettando ci si concentra su se stessi, sui propri progetti senza lasciarsi più condizionare. E’ davvero questo il primo atto di giustizia verso noi stessi e verso la vita. Accettarsi, è amarsi come si può amare un figlio, accogliere le nostre zone d’ombra, riconciliarci con le nostre debolezze, con le parti di ciò che non vogliamo accettare e tendiamo a rimuovere, riconoscere e riappacificarci con la nostra “bambina ferita”, con la nostra storia. Solo così approfondiremo a noi stessi un atto d’amore incondizionato, uno sguardo amorevole verso le nostre fragilità che ci hanno garantito di sopravvivere.
Quando si riesce a perdonare, cioè a lasciare andare completamente ciò che è stato il nostro vissuto e il male arrecato, si inizia a vivere il presente avendo più fiducia nella vita. Lasciare andare non vuol dire rimuovere il dolore ma lasciare che sia, senza privarsi dell’emozione di provarlo e senza negarsi la possibilità di vivere altre emozioni. Vuol dire abbandonare l’idea che la gioia e l’amore non torneranno. Ma quanto coraggio ci vuole a lasciare andare qualcosa che vorremmo restasse? Sicuramente tanto coraggio. Non è affatto semplice slacciare le armature indossate per una vita, quelle stesse che ci hanno permesso di sopravvivere; si fa molta fatica molta resistenza perché si ha timore della perdita e del vuoto emotivo. Tale paura spesso induce ad aggrapparsi in maniera ostinata a ciò che ha dato segnale di non voler essere trattenuto, penso alla fine di una relazione per volere di uno dei partners. In questo caso è tipica la ricerca ossessiva di una risposta, una motivazione alle proprie incertezze. Nel caso in cui ci si imbatte in una perdita, la difficoltà a lasciare andare è strettamente connessa all’accettazione dei sentimenti dolorosi dai quali ci si difende mediante l’evitamento o la repressione. Permettersi di provare le proprie emozioni fino in fondo, anche se indesiderate, significa darsi la possibilità di incontrarle, riconoscerle concedendo loro l’opportunità di esprimersi in tutta la loro pienezza perché solo se espresse possono essere canalizzate e trasformate in una nuova energia. Il timore a lasciarsi andare e lasciare andare scaturisce anche da una continua ricerca di sicurezza, spesso infatti aspiriamo a delle situazioni ideali che crediamo possano farci sentire sicuri e per le quali viviamo in un continuo stato di tensione per poi sapere, una volta raggiunte, quanto poco influenti fossero sul nostro livello di sicurezza e di benessere. Tutto questo genera un senso di frustrazione e non di rado, una totale diffidenza verso ciò che accade nel presente, ragion per cui, sovente inneschiamo un circolo vizioso fatto di continui ritorni al passato con proiezioni nel futuro che ci fanno perdere il piacere di vivere nel “Qui e Ora”. Avere un’accezione negativa del cambiamento diventa un altro motivo di resistenza. Il cambiamento spesso spaventa a tal punto che ci costringe ad ancorarci, legarci a situazioni o persone, annullandoci completamente. Cambiare è rischioso, apre all’ignoto e l’ignoto contrasta con il bisogno di sicurezza tipico di chi ha difficoltà a lasciar andare. Tendenzialmente si vive il cambiamento come una degenerazione piuttosto che come un’opportunità di crescita. Al contrario riuscire a comprendere che l’aggrapparsi a ciò che si ha solo per paura del cambiamento è altamente rischioso per il proprio benessere psico-fisico. Il processo di cambiamento implica il modificare alcune credenze, alcuni schemi di pensiero a cui si è fatto riferimento per dare un ordine logico alla propria vita. Occorre dunque “allenarsi” alla pratica del lasciare andare, alleggerendo il carico delle aspettative in quanto esse generano ansia e frustrazione oltre ad un attaccamento eccessivo al risultato delle proprie azioni. Bisogna dunque agire per trasformare tali aspettative in un progetto realistico fatto di obiettivi concreti e strategici. «È inoltre difficile lasciare andare quando il proprio corpo è contratto» (Lowen, 1994), infatti bisogna prestare attenzione alla propria dimensione corporea per potersi arrendere. Lowen nel suo libro Arrendersi al corpo ci dice che una contrazione corporea è sempre collegata ad una contrazione mentale. L’aspetto corporeo, infatti, per Lowen è tutt’altro che secondario. Il risveglio corporeo consente all’individuo di riappropriarsi della capacità di “sentire”, elemento primario dell’accettazione. Solo se si è in grado di sentire è possibile cedere alle proprie sensazioni-emozioni e solo allora si potrà sgombrare la mente per dare spazio ad altro. Lasciar andare è paragonabile al respiro per quanto ci imponiamo di trattenerlo prima o poi per non soffocare sentiamo il bisogno di cedere e di buttare fuori l’aria: occorre liberarsi, eliminare tutto ciò che rischia di farci soffocare. La ruminazione e il non riuscire a lasciar andare, altro non sono che il riflesso della nostra ostinazione a mantenere il controllo su ciò che accade a prescindere che dipenda o meno dal nostro agire. Il controllo infatti è il più grande antagonista dell’accettazione, diventa uno strumento attraverso il quale ci illudiamo di continuare a mantenere un certo potere sulla realtà. Lowen in modo particolare fa una notevole distinzione tra Padronanza e Controllo. Egli afferma che la padronanza ci consente di sentire che stiamo esprimendo una nostra capacità senza essere trascinati, mentre il controllo domina l’azione in modo prepotente e si esprime attraverso un fare incessante che nasconde le paure del lasciare che le cose vadano da sé. Lasciare andare è dunque Prendersi cura di sé. Una volta lasciato andare avviene in modo automatico prendersi cura di sé; ci si mette in ascolto dei propri bisogni, rivolgendosi verso se stessi pensieri e gesti amorevoli. Fare ciò che serve per il proprio benessere psico-fisico diventa essenziale per evitare che pensieri ed emozioni negative possano prendere il sopravvento. Agire in linea con le proprie esigenze presuppone la capacità di accettarsi incondizionatamente, con i propri punti di debolezza e di forza. L’auto-accettazione consente di far leva sulle proprie risorse per affermarsi e fronteggiare con successo gli eventi della vita. Accettare ed accettarsi indica il mettersi al centro della propria esistenza: né davanti, né ai lati, né in fondo, semplicemente al centro, lasciando le vecchie abitudini negative, le credenze distorte su noi stessi, che per anni ci siamo cuciti addosso, le situazioni che non ci gratificano per darci l’opportunità di vivere il presente con apertura e consapevolezza facendo del proprio presente il primo giorno del resto della nostra vita
Perdonare (compiere un dono), È il primo e straordinario effetto collaterale dell’accettazione di sé, un atto rivoluzionario che permette di lasciar andare quel passato, quell’immagine negativa che abbiamo costruito di noi e della nostra vita. E’ attraversare il dolore per comprenderlo e lasciarlo andare, recuperando energia e poter finalmente vivere il presente come “il primo giorno del resto della nostra vita”.
L’etimologia che indaga l’origine delle parole e la storia delle parole, ci indica che la parola Perdono deriva da: (per) -compimento e (dono) -dono; compiere un dono verso noi stessi, lasciare andare qualcosa che ci impedisce di muoverci nella realizzazione di noi stessi e dei nostri progetti.
Perdono inteso come l’iniziazione di un cammino che ci renda liberi dalla rabbia, dal rancore, dal risentimento, che ci faccia accettare per lasciare andare il passato riprendendo in mano le redini della nostra esistenza con responsabilità. Liberi di rinunciare anche alla vicinanza di alcune persone che ci hanno ferito, liberi di praticare tagli netti per scegliere altro che sia nutriente e vitale per noi. Liberarsi dunque per recuperare energia. Spesso ci rifiutiamo di prendere atto che il passato non sia modificabile, che anche da un evento doloroso possiamo imparare qualcosa e che possiamo agire e vivere solo nel momento presente. Ci opponiamo con forti resistenze per paura, per insicurezza, e tale rifiuto unito alla mancata accettazione, ci tengono sempre più ancorati ad esso. Dunque, il perdono diventa un bellissimo viaggio verso la libertà che si concretizza nella capacità di realizzare azioni:
Lasciare andare e lasciarsi andare, per darsi il permesso di vivere perché non c’è rimedio a tutto ma non per questo dobbiamo rinunciare ad amare noi stessi per poter cambiare e per essere felice. Tutto ciò che abbiamo vissuto e che viviamo, lascia un’impronta nel nostro Essere e il filo conduttore della maggior parte dei nostri ricordi non riguarda i fatti in sé ma il significato che hanno avuto per noi. Alexander Lowen, fondatore dell’analisi bioenergetica in uno scritto intitolato: “Paura di vivere”, afferma che i costrutti, armature costruite nel tempo, sono una vera soluzione che permette alla persona di non sentire dolore, insomma dei veri e propri anestetizzanti. Molti di questi costrutti risiedono proprio nel nostro vissuto, abitano le stanze del nostro passato in eventi che non siamo riusciti ad elaborare e che continuano ad avere un valore negativo nella nostra vita. Senza accorgercene ne siamo influenzati e così anche il nostro presente. Mi viene da paragonare ogni persona ad un edificio in costruzione, dove prima si costruiscono le basi, poi via via si costruiscono i vari piani. Se le fondamenta non sono ben solide, probabilmente l’edificio comincerà a sgretolarsi senza “apparente” motivo. Ecco che così accade con le persone, le basi di ciò che siamo le costruiamo nei primi anni di vita e in generale, tutti ce ne dimentichiamo. Da qui ogni esperienza si somma e si interpreta in base a quella coscienza di base che è già formata e se per qualche motivo le fondamenta sono compromesse, è probabile che anche nella vita adulta presenteranno delle crepe o un’instabilità che potrà mettere a rischio l’intera esistenza.
Dunque non è tanto quello che abbiamo vissuto ad avere importanza, quanto il modo in cui ne abbiamo strutturato il ricordo. Se scegliamo una prospettiva pessimistica, vedremo l’esperienza attraverso la lente dell’autocommiserazione, se scegliamo una prospettiva difensiva, vediamo l’esperienza attraverso la lente dell’indifferenza o della vendetta.
Insomma occorre imparare a scomporre ciò che abbiamo vissuto e adottare un punto di vista che ci porti alla comprensione, all’accettazione incondizionata di ciò che siamo: persone che hanno si un vissuto, ma che meritano di superarlo per essere libere e felici.
Cosa significa davvero accettare in modo autentico ciò che siamo stati e ciò che siamo?
Significa metabolizzare quello che è stato il nostro passato che non significa eliminarlo, ma lasciarlo andare, dimenticando l’impatto emotivo dell’esperienza vissuta e permettere a noi stessi di andare oltre, slacciando le armature costruite nel tempo. Accettare significa accogliere, approcciarsi al presente con apertura e curiosità, in modo da concedersi l’opportunità di sperimentare il nuovo. Sia ben chiaro però che accettare non ha nulla a che fare con il sopportare passivamente, l’accettazione è la capacità di osservare la realtà dalla giusta prospettiva affinché la si possa affrontare in maniera attiva, passando da “spettatori” a veri “protagonisti” di quelli che Brené Brown chiama propri film (Brown, 2016). Accettando ci si concentra su se stessi, sui propri progetti senza lasciarsi più condizionare. E’ davvero questo il primo atto di giustizia verso noi stessi e verso la vita. Accettarsi, è amarsi come si può amare un figlio, accogliere le nostre zone d’ombra, riconciliarci con le nostre debolezze, con le parti di ciò che non vogliamo accettare e tendiamo a rimuovere, riconoscere e riappacificarci con la nostra “bambina ferita”, con la nostra storia. Solo così approfondiremo a noi stessi un atto d’amore incondizionato, uno sguardo amorevole verso le nostre fragilità che ci hanno garantito di sopravvivere.
Quando si riesce a perdonare, cioè a lasciare andare completamente ciò che è stato il nostro vissuto e il male arrecato, si inizia a vivere il presente avendo più fiducia nella vita. Lasciare andare non vuol dire rimuovere il dolore ma lasciare che sia, senza privarsi dell’emozione di provarlo e senza negarsi la possibilità di vivere altre emozioni. Vuol dire abbandonare l’idea che la gioia e l’amore non torneranno. Ma quanto coraggio ci vuole a lasciare andare qualcosa che vorremmo restasse? Sicuramente tanto coraggio. Non è affatto semplice slacciare le armature indossate per una vita, quelle stesse che ci hanno permesso di sopravvivere; si fa molta fatica molta resistenza perché si ha timore della perdita e del vuoto emotivo. Tale paura spesso induce ad aggrapparsi in maniera ostinata a ciò che ha dato segnale di non voler essere trattenuto, penso alla fine di una relazione per volere di uno dei partners. In questo caso è tipica la ricerca ossessiva di una risposta, una motivazione alle proprie incertezze. Nel caso in cui ci si imbatte in una perdita, la difficoltà a lasciare andare è strettamente connessa all’accettazione dei sentimenti dolorosi dai quali ci si difende mediante l’evitamento o la repressione. Permettersi di provare le proprie emozioni fino in fondo, anche se indesiderate, significa darsi la possibilità di incontrarle, riconoscerle concedendo loro l’opportunità di esprimersi in tutta la loro pienezza perché solo se espresse possono essere canalizzate e trasformate in una nuova energia. Il timore a lasciarsi andare e lasciare andare scaturisce anche da una continua ricerca di sicurezza, spesso infatti aspiriamo a delle situazioni ideali che crediamo possano farci sentire sicuri e per le quali viviamo in un continuo stato di tensione per poi sapere, una volta raggiunte, quanto poco influenti fossero sul nostro livello di sicurezza e di benessere. Tutto questo genera un senso di frustrazione e non di rado, una totale diffidenza verso ciò che accade nel presente, ragion per cui, sovente inneschiamo un circolo vizioso fatto di continui ritorni al passato con proiezioni nel futuro che ci fanno perdere il piacere di vivere nel “Qui e Ora”. Avere un’accezione negativa del cambiamento diventa un altro motivo di resistenza. Il cambiamento spesso spaventa a tal punto che ci costringe ad ancorarci, legarci a situazioni o persone, annullandoci completamente. Cambiare è rischioso, apre all’ignoto e l’ignoto contrasta con il bisogno di sicurezza tipico di chi ha difficoltà a lasciar andare. Tendenzialmente si vive il cambiamento come una degenerazione piuttosto che come un’opportunità di crescita. Al contrario riuscire a comprendere che l’aggrapparsi a ciò che si ha solo per paura del cambiamento è altamente rischioso per il proprio benessere psico-fisico. Il processo di cambiamento implica il modificare alcune credenze, alcuni schemi di pensiero a cui si è fatto riferimento per dare un ordine logico alla propria vita. Occorre dunque “allenarsi” alla pratica del lasciare andare, alleggerendo il carico delle aspettative in quanto esse generano ansia e frustrazione oltre ad un attaccamento eccessivo al risultato delle proprie azioni. Bisogna dunque agire per trasformare tali aspettative in un progetto realistico fatto di obiettivi concreti e strategici. «È inoltre difficile lasciare andare quando il proprio corpo è contratto» (Lowen, 1994), infatti bisogna prestare attenzione alla propria dimensione corporea per potersi arrendere. Lowen nel suo libro Arrendersi al corpo ci dice che una contrazione corporea è sempre collegata ad una contrazione mentale. L’aspetto corporeo, infatti, per Lowen è tutt’altro che secondario. Il risveglio corporeo consente all’individuo di riappropriarsi della capacità di “sentire”, elemento primario dell’accettazione. Solo se si è in grado di sentire è possibile cedere alle proprie sensazioni-emozioni e solo allora si potrà sgombrare la mente per dare spazio ad altro. Lasciar andare è paragonabile al respiro per quanto ci imponiamo di trattenerlo prima o poi per non soffocare sentiamo il bisogno di cedere e di buttare fuori l’aria: occorre liberarsi, eliminare tutto ciò che rischia di farci soffocare. La ruminazione e il non riuscire a lasciar andare, altro non sono che il riflesso della nostra ostinazione a mantenere il controllo su ciò che accade a prescindere che dipenda o meno dal nostro agire. Il controllo infatti è il più grande antagonista dell’accettazione, diventa uno strumento attraverso il quale ci illudiamo di continuare a mantenere un certo potere sulla realtà. Lowen in modo particolare fa una notevole distinzione tra Padronanza e Controllo. Egli afferma che la padronanza ci consente di sentire che stiamo esprimendo una nostra capacità senza essere trascinati, mentre il controllo domina l’azione in modo prepotente e si esprime attraverso un fare incessante che nasconde le paure del lasciare che le cose vadano da sé. Lasciare andare è dunque Prendersi cura di sé. Una volta lasciato andare avviene in modo automatico prendersi cura di sé; ci si mette in ascolto dei propri bisogni, rivolgendosi verso se stessi pensieri e gesti amorevoli. Fare ciò che serve per il proprio benessere psico-fisico diventa essenziale per evitare che pensieri ed emozioni negative possano prendere il sopravvento. Agire in linea con le proprie esigenze presuppone la capacità di accettarsi incondizionatamente, con i propri punti di debolezza e di forza. L’auto-accettazione consente di far leva sulle proprie risorse per affermarsi e fronteggiare con successo gli eventi della vita. Accettare ed accettarsi indica il mettersi al centro della propria esistenza: né davanti, né ai lati, né in fondo, semplicemente al centro, lasciando le vecchie abitudini negative, le credenze distorte su noi stessi, che per anni ci siamo cuciti addosso, le situazioni che non ci gratificano per darci l’opportunità di vivere il presente con apertura e consapevolezza facendo del proprio presente il primo giorno del resto della nostra vita

